Integrazione e memoria: street art a Roma Torpignattara

Roma, eterna nel suo cuore per tradizione, ma sempre più “precaria” nelle periferie per vocazione: è il destino comune di tante capitali che, con le loro aree più esterne, si circondano di umanità dalle prospettive cariche tanto di speranza, quanto d’incertezza.
E come accade spesso nei sobborghi di altre grandi città, anche sulle sponde del Tevere la street art si mette in cerca di storie da raccontare, prima ancora che di spazi da riqualificare. Del resto, quando si è chiamati a colorare i muri di certe zone urbane, di solito l’ispirazione arriva dalle esistenze che animano le case e dall’atmosfera che si respira lungo le strade, così alla fine le opere andranno ad amplificare la voce della gente e diventeranno cassa di risonanza per le dinamiche quotidiane che s’intrecciano in quel particolare contesto.
Streeters che dipingono vita vissuta: tutto questo è successo a Torpignattara, est della metropoli capitolina, laddove, dopo che guerre e regimi hanno lasciato il segno, si è passati dalla ricostruzione alla gestione dell’immigrazione, da un passato doloroso a un presente complicato, nel perenne tentativo di trovare la propria identità. Nel progetto in questione, denominato Melting faces § stories § district, gli artisti Diavù, Lucamaleonte e Nic Alessandrini, con i loro rispettivi murales, si sono cimentati nel rappresentare ciascuno una vicenda umana che ha avuto per sfondo il quartiere romano suddetto, rifacendosi a quanto ascoltato dalla viva voce dei soggetti protagonisti dei dipinti.
Dunque, da ogni incontro è scaturito un bagliore di street art. Diavù ha raccolto i ricordi familiari di Liù, donna cinese figlia di un uomo giunto a Roma nel 1979 e che in patria fu emarginato fino a essere ridotto all’indigenza per aver violato il rigoroso controllo delle nascite con l’arrivo della secondogenita. Lucamaleonte ha conosciuto Rupali, che dopo essere venuta nella Capitale dal Bangladesh nel 1999, si è sposata ed è diventata madre di un figlio, attualmente alunno di una scuola media felicemente multietnica. Nic Alessandrini ha attinto dalle memorie dei Caporello, noti macellai di questo angolo della città, dove il bisnonno, proveniente da Palestrina, è approdato in cerca di miglior fortuna.
Tre storie difficili hanno generato tre interpretazioni artistiche confluite nell’obiettivo condiviso di sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto al problema dell’integrazione culturale. Prima, però, un destino riflesso: difficoltà esistenziali superate negli episodi adottati, ostacoli burocratici abbattuti per un muro che si è rivelato sottoposto a vincolo. Poi, a lavoro finalmente compiuto, la consegna al pubblico a fine febbraio scorso. Ora, tra l’altro, si spera di riuscire a raccogliere i fondi necessari per produrre un corto che possa riportare lo straordinario risultato ottenuto al termine di un tratto di vita percorso insieme, streeters e umanità di quartiere periferico da assumere come esempio di occasione colta per voltar pagina grazie all’accoglienza.
Dall’operazione culturale voluta per Torpignattara impariamo in quale nobile missione si è lanciata la street art: ascoltare, raccontare, indurre alla riflessione, recuperando in tutti i sensi, restituendo alla società, mediante il proprio filtro creativo, un patrimonio fatto di persone e di ambienti.

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