Del cambiare cappello. Mutare prospettiva per risolvere un problema.

Una casa al mare, il filo dei panni da stendere nel prato verde, appena dietro una siepe. La persona che deve stendere varca l’apertura nella siepe, accede al prato e si mette a stendere davanti al filo, fronte alla siepe. Ma il filo è alto e la persona faticosamente stende. Faticosamente, per giorni. Poi un giorno dà le spalle alla siepe e si mette a stendere dall’altra parte del filo. Ecco che diventa facile, banalmente il terreno era in pendenza. Mettersi a stendere fronte alla siepe era il percorso più ovvio. Ma alle volte è proprio cambiare il punto di vista la chiave della risoluzione di un problema. Cambiare prospettiva ed esercitare la creatività… Stendere dall’altra parte del filo o cambiarsi il cappello!

La teoria dei 6 cappelli

La teoria dei 6 cappelli l’ha inventata Edward De Bono, medico e docente universitario che ha teorizzato anche il pensiero laterale e il pensiero creativo. Lateral thinking è anche una voce dell’Oxford English Dictionary.

Sì, perché il pensare può sembrare solo un ragionare, nel senso dell’esercitare la ragione. Ma il pensiero può essere esercitato anche in modo creativo, superando le logiche deduttive classiche per “scartare di lato” o per permettere anche che l’istinto e le emozioni ci suggeriscano una strada.

Si tratta insomma di imparare a vedere le cose nella loro complessità, imboccando tutti i percorsi possibili del pensiero. Indossando un altro cappello nell’affrontare un problema o una sfida, ci si libera dai pregiudizi o da elementi di disturbo derivanti da proprie inclinazioni caratteriali o fattori emotivi personali. Ma soprattutto si impedisce la confusione di un pensiero non organizzato.
Ecco che allora pensare è un vero e proprio processo che si può imparare a fare e che si può – di conseguenza – insegnare.

“Sei cappelli per pensare”

La teoria dei 6 cappelli prevede che in un gruppo si affronti un argomento o un problema indossando 6 cappelli di colore diverso, ma uno alla volta. I colori dei cappelli corrispondono ad altrettanti punti di vista: bianco è la razionalità e blu il controllo, giallo è l’ottimismo e verde la creatività, rosso è l’emotività mentre nero il pessimismo.

I cappelli servono proprio tutti perché ogni punto di vista è indispensabile. Se non si affrontasse la questione con pessimismo, si potrebbe correre allegramente verso il disastro perché non si vedrebbero rischi e criticità. Ma se non ci fossero il giallo, il verde o il rosso, il percorso mentale sarebbe limitato e impedirebbe qualsiasi innovazione. E poi serve il bianco perché permette di guardare alle cose in modo oggettivo, dove il blu invece è il grande moderatore: gestisce, organizza, censura e sprona.

Del resto il cappello – da che mondo è mondo – è anche un simbolo del ruolo sociale: cambiarlo significa obbligarsi a vedere le cose nei panni di un altro, per questo è utile nei gruppi di lavoro, quando personalità diverse tendono a imporre il proprio punto di vista.

A cosa serve cambiare la direzione del pensiero

Cambiare cappello permette di inquadrare il discorso da una specifica prospettiva escludendo l’affollamento dei pensieri, dividendo razionalità ed emotività. In questo modo, indossando un cappello, l’interlocutore è obbligato ad assumere un certo atteggiamento, ma è anche più libero di esprimersi (lui sta indossando il cappello!) e al contempo si spoglia di preconcetti o atteggiamenti emotivi ricorrenti. È una tecnica insomma, quella dei 6 cappelli, che permette di cambiare registro, di vedere tutti gli aspetti di un problema, ma affrontandoli separatamente per non metterne da parte neppure uno.

E allora che si decida di stendere dall’altra parte del filo o di cambiarsi il cappello, la risoluzione di un problema è sempre un esercizio di creatività organizzata.

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