"…e tante grazie per la compattezza". Il Times New Roman
times new roman

Qualche decennio fa, mentre si apprestava (complice la rivoluzione digitale) a compiere la scalata che lo ha portato a diventare (forse) il carattere tipografico più usato al mondo, il Times New Roman si è “ritrovato” oggetto di una controversia legata a quella che ne è stata la vera paternità, a causa di un sorprendente retroscena: infatti, si stabilì che i disegni originali del font erano nati per mano del talentuoso designer aereonavale William Starling Burgess, quasi tren’anni prima della loro apparizione ufficiale con altra e ben risaputa firma.
Plagio o no, il “Roman” fu rinnovato, a suo tempo, per un motivo ben preciso. Nel 1929, mentre era di stanza alla Monotype Corporation come consulente, il tipografo Stanley Morison (che, in carriera, rimaneggiò Baskerville e Bembo) si concesse, dall’alto della sua autorevolezza, di stroncare apertamente il vecchio “Roman”, carattere usato in esclusiva dall’inglese “Times”. Il giornale, a sua volta, incassata la critica, si affidò allo stesso Morison per voltare pagina e così nel 1932 si passò a tipi più raffinati ed evoluti, subito battezzati col nome di “Times New Roman”. In effetti, balzò subito all’occhio come il neonato font apparisse non solo leggibile, ma anche funzionale all’economia del testo scritto, perché essendo un serif che privilegiava l’altezza, s’impose come scorrevole e compatto nel contempo.
Morison, sul carattere che propose e rispetto al quale si dichiarò sempre come semplice supervisore, ebbe a dire: “… non è largo e aperto, generoso e ampio… , ma … bigotto e stretto, medio e puritano…”. Nella concezione dell’esigente tipografo, per dare una sterzata decisa, al Times occorreva uno strumento di scrittura che concentrasse più parole possibili nello stesso foglio, senza che le stesse si mostrassero compresse nelle colonne: Morison, dunque, invocava quel risparmio che non pregiudicasse la qualità estetica. Tra l’altro, col nuovo “Roman” sparì il fenomeno dei cosiddetti “canaletti”, cioè quell’effetto ottico che produce spazi verticali o diagonali molto evidenti nello stampato.
Di certo, una volta adottato dal leggendario quotidiano londinese (dove “rimase in carica” per quarant’anni), il Times New Roman ha percorso una marcia trionfale fino ai fasti dei giorni nostri, come dimostra il fatto di essere stato scelto da Microsoft come font base per Windows e da Google tra le opzioni per la stesura delle mail.
In definitiva, qual è stato il segreto che, dalla stampa di libri e riviste (ma non di tanti altri quotidiani, visto che il Times impiegava carta spessa e bianca) alla comunicazione, dagli applicativi digitali al web, ha decretato il successo duraturo del carattere in oggetto? Si crede, non tanto le prerogative richieste a monte del lancio, cioè leggibilità e compattezza, quanto eleganza ricercata e robusta. Come un vino d’annata. Il Times New Roman.