Vivian Maier: celebrata in un film documentario in lizza per l'Oscar 2015
street photography

Ogni volta che usciva, non varcava la soglia di casa prima di essersi messa al collo la sua macchina fotografica, una Rolleiflex, con la quale scattò, tra il 1950 e il 1970, migliaia di immagini mai mostrate a nessuno ma componendo un testamento fotografico dall’immenso valore. Si chiamava Vivian Maier.
Nel dicembre del 2008, Vivian scivolò e cadde sul ghiaccio, a Chigago, riportando diverse fratture. Non recuperò mai una buona salute e si spense il 21 aprile dell’anno successivo in una casa di cura portando con sè il segreto delle quasi 150.000 fotografie scattate in vita. Quando l’aspirante fotografo John Maloof si aggiudicò, nel 2007, per soli 380 dollari, una scatola di fotografie e negativi di Vivian, messa all’asta come suo bene per sanarne i debiti, non immaginava di avere recuperato un tesoro. Maloof si mise subito alla ricerca dell’autrice e ricostruì la sua vita, sebbene non fece in tempo a conoscerla.
Il film documentario Finding Vivian Maier, prodotto e diretto da Charlie Siskel e dallo stesso Jhon Maloof, in lizza per il premio Oscar di quest’anno, ripercorre la vita di colei che può essere considerata la madre della street photography e del ribattezzato selfie (l’autoritratto).
La domanda sulla quale è stato costruito il film appare ben chiara: chi era la sconosciuta che per tutta la vita ha scattato migliaia di fotografie? Una donna “eccentrica e forte, ma molto riservata”, rivelano le interviste di coloro che la conobbero. Un’anima inquieta, che amava indossare cappelli flosci, abiti lunghi e scarpe da uomo. Lavorò per tutta la sua vita come bambinaia, soprattutto nella città di Chigago e, durante i giorni di riposo o i periodi di vacanza, era solita scattare foto della vita quotidiana in città – bambini, anziani, emarginati, gente incontrata per caso. Il film mostra come Vivian si approcciava alla scena in modo intuitivo e distaccato, cercando la giusta distanza in corrispondenza della quale lo scatto poteva sigillare l’immagine perfetta, tramutandola in fotografia.
La sua esigenza fu quella di rimanere invisibile dietro l’obiettivo; negli autoritratti Vivian Maier utilizzava superfici riflettenti, come specchi e vetrine di negozi, affinché il suo viso fosse modificato da un qualche riflesso o apparisse spezzato. In modo simile lo sguardo lontano di un giovane immerso nei propri pensieri o l’espressione furtiva di una signora sono colti nella loro semplicità ma segnati da un palpito di mistero e vaga inquietudine che solo la sensibilità potente di Vivian Maier fu capace di porre in risalto.
Nonostante lo smacco per non essersi aggiudicato l’oscar 2015, il documentario Finding Vivian Maier rende il giusto elogio all’opera e la vita della più grande rappresentate della street photography del XXI° secolo può riceve il giusto elogio per la sua opera. In attesa di una retrospettiva, al museo Man di Nuoro, a partire dal 10 luglio prossimo. Orgoglio, stavolta, italiano.