Il caso Volkswagen
Volkswagen

Volkswagen è da sempre una tra le case automobilistiche straniere più amate dagli italiani e, negli anni, è stata capace di farsi riconoscere nel panorama comunicativo anche grazie a scelte pubblicitarie che ne hanno aumentato la visibilità agli occhi dei potenziali clienti di tutto il mondo. Il brand tedesco ha iniziato la propria attività negli anni ’30 per volontà di Adolf Hitler che voleva una “vettura del popolo” (significato letterale del nome del brand), in modo che i tedeschi potessero acquistarla per il suo vantaggioso rapporto qualità prezzo.
Negli anni, il gruppo Volkswagen si è fatto conoscere, rafforzando la propria brand identity grazie a campagne pubblicitarie realizzate ad hoc che sapessero fondere headline mirati con immagini incisive e d’impatto. Unica differenza tra le strategie comunicative di ieri e quelle di oggi? Il focus e l’attenzione nel saper non solo capire l’evoluzione della società e dei contesti di fruizione dell’automobile ma anche la capacità di saper sensibilizzare attraverso scelte comunicative d’impatto.
Negli anni’50, la Volkswagen focalizzava l’attenzione del potenziale cliente sulla qualità delle proprie vetture, sulla possibilità di sopperire alle mancanze di altre case automobilistiche o di modelli precedenti della stessa Volkswagen, capace di rinnovarsi in base alle esigenze del consumatore di avere un’auto sempre più capiente e funzionale. Negli anni del boom economico e di una rinnovata prosperità mista a voglia d’innovazione, la Volkswagen ascolta i consumatori e asseconda i loro bisogni con pubblicità mirate e semplici. Infatti, la vettura con il logo a “W” potrebbe trasportare una barca ad esempio (“It carries a boatload”) e ha dimensioni maggiori e prestazioni migliori pur rimanendo contenuta nel prezzo (“Large economy size”). Tutte pubblicità, a volte ironiche o a tratti descrittive, in cui è presente l’oggetto commercializzato e il logo in maniera immediata e accessibile al pubblico di massa che fruirà questi contenuti.
La voglia di rappresentare un mondo che cambia e, con lui, le necessità e gli interessi del consumatore, sono il denominatore comune di Volskwagen che si è così contraddistinta in ambito automobilistico, anche con i competitor più agguerriti. Se negli anni ’60, il cambiamento era rappresentato da famiglie che si allargavano, si spostavano e acquistavano auto che rispondessero al loro bisogno di spazio e mobilità, oggi il focus delle pubblicità e degli spot di Volskwagen è la voglia di sensibilizzare i potenziali o già clienti su temi attuali come la sicurezza stradale per rappresentare un mondo 2.0, in cui tweet, link e selfie sono condivisi ovunque, perfino in auto. Così nel 2014 è nato l’ultimo spot della campagna “Eyes on the road”, per convincere chi si mette alla guida a tenere gli occhi sulla strada e non sullo smartphone.
Il delicato problema della sicurezza stradale è stato trattato da Volkswagen anche attraverso la campagna “Don’t selfie and drive”, in cui appaiono giovani alla guida di un’auto incidentata e sullo sfondo i resti di altre auto coinvolte e i protagonisti, con la faccia tumefatta e livida, lasciano intendere al lettore che l’incidente sia stato causato dal tentativo di farsi un selfie mentre stavano guidando. Nessun testo, nessun’azione di convincimento sulle caratteristiche o le potenzialità dell’auto ma la voglia di rimanere aderenti alle problematiche attuali e configurarsi come promotore di messaggi chiari, intuitivi, d’impatto e forti che si adattino ad un mondo costantemente connesso, affamato di condivisione e interazione anche quando dovrebbe rimanere offline.