Le notizie di cronaca e i commenti sui social. Violenza che inneggia violenza

L’ennesima dimostrazione di quanto i social network siano lo specchio della realtà sociale dentro la quale ci troviamo a vivere viene, nostro malgrado, dagli orrendi fatti di Rimini. Tutti noi siamo venuti a conoscenza della barbarie perpetrata ai danni di una turista polacca e del suo compagno, poi successivamente reiterata su una transessuale peruviana, da un gruppo di uomini magrebini, su una spiaggia di Rimini, pochi giorni fa. A prescindere dallo sdegno, dallo sconcerto per il fatto in sé, ciò che emerge di primo acchito a chi abbia seguito la vicenda, è l’inquietante sproporzione fra il flusso di informazione generato dal fatto di cronaca in sé, e l’abnorme mole di commenti che l’hanno seguito a ruota, in una di quelle che si possono a ragione definire “valanghe social”. Le dichiarazioni in merito spaziano dai nostalgici della pena di morte, a chi inneggia, quasi speranzoso, ad ulteriori stupri, fino a chi non distingue vertebrati da invertebrati, associando a una intera popolazione il termine “vermi”. La ciliegina di questa torta nauseabonda proviene però dall’ormai noto a tutti Abid Jee che, in merito alla vicenda chiosa candidamente sulla pagina Facebook del resto del Carlino: “Lo stupro? Peggio solo all’inizio, una volta si entra il pisello poi la donna diventa calma e si gode come un rapporto sessuale normale”.

Superati la pietrificazione e lo sconforto, ciò che è evidente è il fatto che ci troviamo di fronte a una deriva culturale, sociale e, non da meno, linguistica, nonché a un aberrante profluvio di una brutalità inaudita: siamo di fronte a violenza che inneggia ad altra violenza. Il binomio linguaggio-cultura è oggetto di indagine di filosofi e linguisti da tempi immemorabili. Quando pensiamo a una lingua pensiamo allo strumento utilizzato da un popolo per veicolare la propria cultura e i propri valori; consuetudini e comportamenti linguistici sono fra le espressioni più pure del corpo sociale e della personalità individuale. Quando un uomo compie un atto comunicativo di tipo verbale, esprime in definitiva la sua filosofia di vita, la sua visione del mondo, il suo universo interiore. E quando una intera comunità indulge in turpiloquio, frasi fatte, luoghi comuni e, non da meno, lanci sensazionalistici che mal celano il vuoto contenutistico degli articoli e dei post che si sono fatti portavoce degli eventi in questione, riteniamo di potere affermare che il segno è stato passato e che qualcosa è rotto nelle maglie del nostro vivere assieme.

Noi siamo l’insieme di tutte le storie che raccontiamo, siamo frutto delle nostre narrazioni; è palese dunque quanto questa logica manichea che pretende di tagliare il mondo con l’accetta, non possa che essere deleteria, impedendo di ragionare a chi ne fruisce. Quale senso può avere il dissertare e polemizzare sulla nazionalità di uno stupratore? Uno stupratore è un criminale e basta, di qualsivoglia colore. Invece si condanna uno stupro non in quanto tale, ma lo si prende semplicemente come pretesto per attaccare categorie di persone, appiattendole su grotteschi stereotipi. Cosa può esserci di peggio di questo spostamento progressivo del focus dalla tematica dello stupro a quello dell’immigrazione, ovvero nient’altro che una strumentalizzazione disgustosa di una vicenda personale estrematamene penosa, di un dramma femminile rimasto, ancora una volta, inascoltato.

Lo stupro è la privazione della libertà più grande che una donna possa possedere, l’autodeterminazione, un diritto libertario che spetta a tutti gli esseri umani. E noi non dovremmo a nessun costo permettere che il dramma di una donna sia utilizzato come un pretesto per avvalorare tesi razziste, per fomentare ulteriormente un ambiente già guastato da un clima di paura e xenofobia. Uno spirito che volesse definirsi autenticamente umano, dovrebbe ergersi al di sopra di biechi qualunquismi e battersi il petto, sconvolgersi di fronte a una violenza inflitta sui i propri simili, invece ancora una volta, lo stupro di una donna, il dolore e l’urlo lacerante di una giovane vita guastata, rimane solo una eco, presto annullata dalla voci bercianti di chi, dietro uno schermo, vuole dire la sua a tutti i costi, senza riflettere, senza rispetto.

Riteniamo che in questa vicenda sono state gettate nella spazzatura innumerevoli opportunità: la maggioranza ha perso un’occasione per tacere, tanti altri hanno perso l’occasione per contribuire tramite un’opinione intelligente e ben esposta alla sensibilizzazione e alla condanna della violenza in quanto tale, condannando lo stupro, un atto barbaro che manda in fumo l’umanità di chi ne è artefice. In definitiva ciò che rimane dei fiumi di parole spesi in merito, è molto amaro in bocca, soprattutto a causa della gestione malata di una comunicazione che rende lo strumento social veicolo delle più bieche pulsioni umane. E fanno riflettere anche certi – tanti, troppi – titoli acchiappa like che istigano i più biechi istinti dei commentatori della domenica, invece di fare in modo di preservare questi mezzi di comunicazione dalla deriva populistica della quale sembrano essere preda fin dal loro esordio. La rabbia generata da un episodio del genere potrebbe essere canalizzata, anche grazie a questi mezzi di comunicazione “democratici”, in maniera più produttiva e più costruttiva; invece, ancora un volta, si è arrivati a cedere ai propri istinti piromani, gettando la miccia in un ambiente social già surriscaldato e fragile. E spaventa constatare come casi simili paiono purtroppo sempre più recidive della medesima malattia, che casi isolati.

In questo modo non facciamo che lasciare lo scettro della ragione in mano ad Abid Jee; e, perseverando su questa rotta, cominceremo ad abituarci a questo genere di informazione, a queste dinamiche comunicative perverse, fino ad arrivare al punto in cui non farà più “male come all’inizio” e diventerà la prassi.